Afghanistan: le donne che resistono

L'Afghanistan il 15 agosto 2021 è tornata nelle mani dei Talebani, che compongono una feroce organizzazione politica e militare  di origine islamica di credo sunnita. 

Il 7 settembre 2021 è stata dichiarata la nascita dell'Emirato Islamico dell'Afghanistan, con a capo Abdul Bani Garadar. 

Tutti ci ricordiamo la disperazione dei quasi due milioni di afgani che fuggirono con qualsiasi mezzo dalla loro terra, pur di non sottostare al governo fondamentalista talebano, addirittura arrivando ad attaccarsi alle ali degli aerei che partivano dall'aereoporto di Kabul.

Il regime talebano ha voluto presentarsi al mondo come nuovo, più moderno e soprattutto maggiormente tollerante rispetto al passato, quando governò negli anni '90 creando un clima di vero terrore, di fame e miseria, di intolleranza nei confronti di qualsiasi apertura alla cultura moderna. 

La caratteristica principale dei regimi di origine religiosa e teocratica è quella di concentrarsi nella limitazione delle libertà delle donne.

Si fa portabandiera di questa usanza il regime talebano, che fonda la sua teocrazia sulla legge della sharia, la più cruda delle leggi islamiche di fondamento religioso.

La sharia è contro le donne, contro l'essere femminile in se. Con il nuovo governo i Talebani hanno dapprima imposto la separazione dei maschi dalle femmine nelle scuole, in un secondo momento hanno vietato la scolarizzazione delle bambine e delle  ragazze afghane. Pei i talebani è inconcepibile che le donne possano ambire alla cultura, al lavoro, all'indipendenza economica.

Secondo la cruda mentalità talebana, le donne devono sottostare in tutto e per tutto al volere degli uomini di famiglia, di qualsiasi grado di parentela essi siano. Le donne devono uscire accompagnate da un uomo. Gli uomini possono battere fisicamente, umiliare, portare alla mendicanza le donne della propria famiglia.

Una donna che si macchia di un atto contro il marito può subire la lapidazione  o l'esecuzione di piazza con fucilazione alla testa.

Le donne non possono uscire, non possono studiare, nè lavorare, devono indossare il burqa, lungo vestito che le copre completamente con un gratino di stoffa all'altezza degli occhi. Le bambine devono portare il velo anche prima della pubertà.

Il XXI secolo, però, seppur abbia riportato al potere i Talebani, ha, d'altra parte, fatto soffiare una ventata di libertà e di desiderio di smarcarsi dalle inique leggi imposte dal Governo afghano da parte delle donne di questo paese. 

La parentesi durata venti lunghi anni del governo supportato dalle armi americane e occidentali aveva conferito alla popolazione femminile dell'Afghanistan nuove libertà, tipiche di una cultura liberale e moderna.

Il ritorno all'Inferno talebano, in un primo tempo ha paralizzato qualsiasi manifestazione contraria; successivamente, è scoppiata dal basso una insofferenza via via sempre più profonda delle donne afghane che sono scese in strada a manifestare la loro presenza nella società e a chiedere imperiosamente i diritti primari della persona, o almeno quelli di cui usufruivano prima della instaurazione del nuovo governo talebano.

Rischiando la vita ( molte attiviste sono scomparse nel nulla), le donne hanno continuato a manifestare per strada. Alcune di loro sono rimaste ai loro posti di lavoro nel campo del giornalismo, cartaceo e televisivo, nonostante il divieto del governo. 

In molte realtà si sono create delle scuole clandestine dove le bambine e le ragazze possono continuare i loro studi.

Purtroppo, la grande miseria e la cultura profondamente disumana di parte della popolazione adusa alla legge islamica estrema, fanno sì che le famiglie vendano le loro figlie, bambine anche di sei, otto anni, ad un acquirente adulto, in cambio di pochi denari per poter mangiare. Strazia il cuore il pianto disperato di queste bambine che devono soggiacere come spose bambine ai voleri di uomini adulti, invece di studiare e giocare.





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